L’Idro Strategia come strumento di politica estera italiana. L’ipotesi Webuild sul modello della diplomazia energetica promossa da ENI
Filippo Verre - 27 marzo 2026


1. Introduzione
Il caso di ENI rappresenta una delle più compiute incarnazioni del connubio fra interesse nazionale, visione industriale e diplomazia energetica. Fin dalla sua fondazione, l’azienda del Cane a sei zampe si è configurata come un’estensione dell’azione esterna dello Stato, traducendo in infrastrutture, accordi energetici e investimenti la proiezione geopolitica dell’Italia in vari quadranti geografici, dall’Africa al Vicino Oriente. Attraverso ENI, Roma ha potuto esercitare una forma di influenza fondata non su strumenti coercitivi ma sulla costruzione di interdipendenze economiche, introducendo un peculiare paradigma di politica estera per vie industriali. Tale modello - in cui competenza tecnica, capacità negoziale e finalità strategiche si integrano in maniera simbiotica - ha dimostrato come un’impresa multinazionale pubblica o, nel caso di ENI, partecipata, possa agire da moltiplicatore di sovranità e di autonomia, sostenendo l’interesse nazionale in uno scenario energetico e geopolitico costantemente mutevole.
Indubbiamente, la diplomazia energetica perpetrata da ENI ha aperto molte rotte strategiche e commerciali all’Italia nel corso del tempo. Occorre sottolineare che ENI non è l’unica realtà energetico-infrastrutturale di primario livello che l’Italia possiede. Tra i vari attori, infatti, è interessante fare riferimento a Webuild, altro colosso nazionale specializzato nella costruzione edile e nelle opere idrauliche. In tali riguardi, in questo report, si porrà l’attenzione sull’Idro Strategia in funzione diplomatica. Quest’ultima incarna un’altra peculiare forma di diplomazia di cui potrebbe servirsi Roma per replicare, con approcci diversi ma con finalità simili, i grandi risultati portati a casa dal Cane a sei zampe in oltre settant’anni di attività.
Come si vedrà, sotto molteplici aspetti, Webuild offre un terreno fertile per un’approfondita declinazione di un nuovo paradigma diplomatico incastonato nella valorizzazione delle infrastrutture idrauliche intese come opere foriere di benessere diffuso e penetrazione strategica. Il gruppo, tra i leader globali nelle grandi opere infrastrutturali e nei sistemi idro-strategici, dispone infatti della stessa potenzialità di proiezione che in passato ha caratterizzato ENI. In realtà, per numeri, dipendenti e progetti, forse Webuild è persino più grande e potenzialmente più performante di ENI. L’ex Salini-Impregilo avrebbe dunque la capacità di coniugare competenze industriali e visione strategica per rafforzare la posizione internazionale del nostro Paese. Come si vedrà in questo report, infatti, pozzi, canalizzazioni, dighe, centrali idroelettriche, ponti e impianti di trattamento delle acque non rappresentano soltanto opere civili, ma poderosi strumenti di diplomazia infrastrutturale e di cooperazione economica che generano capitale politico e influenza. In tale ottica, se ENI ha incarnato la sovranità energetica italiana nel Novecento, Webuild potrebbe oggi interpretare, nel secolo dell’acqua e del clima, una forma evoluta di sovranità infrastrutturale in chiave idro-strategica capace di coniugare sostenibilità, resilienza e interesse nazionale su scala globale.
2. Due colossi industriali italiani. ENI e Webuild a confronto
ENI e Webuild incarnano due stagioni complementari della proiezione industriale e strategica dell’Italia, quasi fossero due capitoli di una stessa narrazione nazionale che attraversa il secolo dell’energia fossile per approdare a quello delle infrastrutture sostenibili e della tutela ambientale. ENI, nata come ente pubblico nel cuore del Novecento, ha costruito la propria centralità sul controllo degli idrocarburi e sulla capacità di trasformare petrolio e gas in leva di politica estera, sostenendo l’industrializzazione del nostro Paese, uscito distrutto dalla Seconda Guerra mondiale, e tessendo una fitta rete di relazioni molto utili per l’Italia. Webuild, di contro, erede di una lunga tradizione di imprese di costruzione e oggi campione italiano delle grandi opere - soprattutto idrauliche ma non solo[1] - si colloca invece al centro della scena idro-strategica, facendo della realizzazione di dighe, impianti idroelettrici, sistemi idrici e infrastrutture idrauliche lo strumento privilegiato per dare forma a un modello di sviluppo più resiliente e meno dipendente dalle fonti fossili. Comprendere le sinergie teleologiche di questi colossi italiani può risultare utile per intravedere delle potenziali traiettorie comuni in chiave strategico-diplomatica di medio-lungo periodo.
I. La consolidata solidità strategico-energetica di ENI. Alcuni esempi
ENI ha rappresentato, e rappresenta tuttora, per l’Italia un’imprescindibile realtà industriale che, come accennato, ha favorito la presenza di Roma in molteplici scenari. Non è semplicemente una grande impresa, ma uno degli snodi attraverso cui il nostro Paese ha definito e definisce il proprio ruolo economico e geopolitico nel Mediterraneo, in Europa e nei rapporti con il Sud globale. Oggi ENI è una delle maggiori compagnie energetiche europee, con oltre 30.000 dipendenti e con attività in oltre 60 nazioni e un ruolo centrale nell’approvvigionamento di petrolio e gas per il Belpaese. Il controllo pubblico parziale - con una partecipazione rilevante dello Stato tramite MEF e Cassa Depositi e Prestiti[2] - riflette la sua funzione di “asset strategico” nella sicurezza energetica nazionale.
Ufficialmente, ENI nacque il 10 febbraio 1953, con la legge n. 136 che istituì l’Ente Nazionale Idrocarburi come ente pubblico economico dello Stato italiano. Come noto, poco dopo la sua fondazione ENI, sotto la guida di Enrico Mattei, superò il ruolo di “semplice” ente di approvvigionamento e si trasformò in un operatore integrato che esplorava, estraeva, trasportava e raffinava idrocarburi, con una forte attenzione all’autonomia energetica italiana rispetto al cartello anglo‑americano delle cosiddette “Seven Sisters”[3]. Tra le varie innovazioni proposte, Mattei fece leva su una più equa ripartizione dei guadagni derivanti dalle attività estrattive. La celebre formula contrattuale che offriva ai Paesi produttori una ripartizione più favorevole dei profitti (ad esempio schema 75/25 anziché 50/50), creando partnership percepite come più eque in Paesi come Egitto, Iran e poi Libia, conferiva all’Italia un’immagine di interlocutore più affidabile, meno neocoloniale ed intrinsecamente più “friendly”.
Tra le principali attività svolte nel corso di oltre settant’anni di storia, il Cane a sei zampe è diventato un importante strumento di politica estera, in particolare nel cosiddetto “Mediterraneo Allargato” (MA). In questi riguardi, per MA si intende un concetto geopolitico e strategico che estende l’idea del fu Mare Nostrum ben oltre il solo bacino marittimo compreso tra Europa meridionale, Nord Africa e Vicino Oriente. In questa accezione il Mediterraneo viene visto come un sistema integrato di mari e terre che include, oltre al mare propriamente detto, anche il Mar Nero, il Mar Rosso, il Golfo Persico e le regioni terrestri che li collegano - dal Sahel e dal Corno d’Africa al Medio Oriente più interno. In conseguenza di ciò, si sottolinea che nella dottrina italiana - militare, diplomatica e di politica estera - il Mediterraneo allargato rappresenta l’area di massimo interesse strategico del nostro Paese, poiché in questo spazio si concentrano le principali rotte energetiche, commerciali e migratorie che toccano direttamente la sicurezza e la prosperità dell’Italia. Come si può intuire, si tratta di una regione caratterizzata da forte interdipendenza: crisi locali (conflitti, instabilità politiche, tensioni su gas e petrolio, sabotaggi ai cavi e alle infrastrutture sottomarine) possono rapidamente deflagrare in tensioni più strutturate in grado di avere rilevanti effetti sui prezzi dell’energia, sui flussi migratori, sulla sicurezza marittima e sulla stabilità finanziaria in Europa meridionale.
Per ciò che concerne alcuni dei risultati più imporranti raggiunti dal Cane a sei zampe si menzionano qui i casi della Libia, dell’Egitto e dell’Iran.
Libia
Le attività di ENI in Libia costituiscono uno dei pilastri storici della presenza esterna dell’Italia nel Nord Africa, sia sul piano energetico sia su quello geopolitico. La compagnia è attiva nel Paese dal 1959, sei anni dopo la creazione del gruppo, ed è oggi il principale operatore internazionale di idrocarburi, con una produzione che negli ultimi anni ha rappresentato circa l’80% del gas libico e una quota rilevante della produzione complessiva di idrocarburi, attraverso una vasta costellazione di concessioni onshore e offshore sviluppate in partnership con la National Oil Corporation (NOC)[4] all’interno della joint venture Mellitah Oil & Gas. Tale presenza si appoggia su infrastrutture strategiche come il gasdotto sottomarino Greenstream, lungo oltre 500 chilometri, che collega il complesso di Mellitah alla Sicilia e può trasportare fino a circa 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno, facendo della direttrice libica una delle principali rotte di approvvigionamento per il sistema energetico italiano ed europeo.
Negli ultimi anni, nonostante l’instabilità cronica del Paese iniziata con la dipartita politica e fisica di Gheddafi nel 2011, ENI ha consolidato il proprio ruolo attraverso nuovi progetti di sviluppo del gas, destinati sia al mercato interno libico sia all’export verso l’Europa. In questo senso, il progetto “Structures A&E”, siglato nel 2023 con un investimento stimato di circa 8 miliardi di dollari, prevede lo sviluppo di due giacimenti offshore, con avvio della produzione nel 2026 e un plateau atteso di circa 20-23 milioni di metri cubi standard al giorno, accompagnato dalla realizzazione di un impianto di cattura e stoccaggio della CO₂ a Mellitah, in linea con la strategia di decarbonizzazione del gruppo. Ancora, nel 2024 la produzione di gas di ENI in Libia ha raggiunto circa 8,5 miliardi di metri cubi, di cui circa 7 destinati a coprire fino al 70% del fabbisogno di generazione elettrica del Paese e circa 1,5 miliardi esportati verso l’Italia via Greenstream, evidenziando come l’asse energetico Roma‑Tripoli rimanga al tempo stesso un dispositivo di stabilizzazione interna per la Libia e un tassello cruciale della sicurezza energetica italiana nel Mediterraneo allargato.
Egitto
Nel rapporto con Il Cairo, ENI ha incarnato uno dei vettori principali della politica estera italiana, soprattutto dopo la scoperta del giacimento di gas “Super‑Giant”[5] Zohr nel 2015, al largo delle coste egiziane, che ha contribuito a trasformare il Paese nordafricano in un potenziale hub regionale per il gas del Mediterraneo orientale e a consolidare al contempo la posizione dell’Italia come partner energetico di riferimento. Gli accordi successivi - dagli investimenti per miliardi di euro in esplorazione e produzione alle intese su liquefazione e riesportazione di gas verso l’Europa - hanno intrecciato in modo stretto interessi energetici, sicurezza delle forniture e cooperazione politico‑strategica, facendo dell’asse Roma‑Il Cairo uno snodo delicato in cui si sovrappongono opportunità economiche e contraddizioni sul piano dei diritti umani e della stabilità regionale[6].
È opportuno sottolineare che la scoperta del giacimento di Zohr nel 2015 non ha inaugurato, ma ha, semmai, consacrato una relazione energetica tra ENI ed Egitto che affonda le sue radici negli anni Sessanta, quando la compagnia italiana iniziò a operare nel Paese nel quadro della strategia mediterranea ed afro‑mediorientale immaginata da Mattei. Zohr, con le sue poderose dimensioni, ha trasformato questa collaborazione storica in un vero partenariato strutturale: da un lato offre all’Egitto la possibilità di diventare hub del gas nel Mediterraneo orientale, dall’altro conferma ENI - e con essa l’Italia - come interlocutore privilegiato del Cairo nella definizione delle architetture energetiche e geopolitiche regionali, innestando su una relazione pluridecennale un salto di qualità in termini di interdipendenza, investimenti e peso politico.
Iran
Sul fronte iraniano, il ruolo di ENI è stato storicamente quello di apripista tra l’Italia e Teheran, a partire dall’accordo siglato da Enrico Mattei nel 1957, considerato a lungo un modello di intesa “paritaria” con un Paese produttore e un segnale di autonomia rispetto al cartello delle grandi compagnie occidentali. Nel dopoguerra e fino alla stagione delle sanzioni internazionali a seguito degli eventi rivoluzionari del 1979, la compagnia ha sviluppato importanti progetti in Iran - dai campi petroliferi come Darkhovin[7] a quelli di gas - diventando uno degli interlocutori europei più rilevanti per la National Iranian Oil Company e contribuendo a mantenere aperto un canale economico e politico tra Roma e Teheran, pur dentro i vincoli imposti dalla comunità internazionale e dalle pressioni statunitensi.
II. La solidità di Webuild tra grandi cantieri civili e opere idriche
La storia di Webuild è l’esito più recente di un lungo percorso industriale iniziato all’alba del Novecento, quando alcuni imprenditori visionari come Umberto Girola e Vincenzo Lodigiani fondarono le loro imprese di costruzioni nel 1906, seguiti negli anni Trenta dall’attività di Pietro Salini. Nel secondo dopoguerra queste realtà, insieme ad altre come Cogefar e Impresit, concorsero alla nascita di Impregilo nel 1960, destinata a diventare uno dei principali general contractor italiani sui grandi cantieri in Italia e nel mondo. A partire dal 2011 la famiglia Salini avviò una scalata azionaria in Impregilo, culminata nella fusione per incorporazione di Salini in Impregilo e nella nascita, nel 2014, di Salini-Impregilo, nuovo campione nazionale delle infrastrutture con un portafoglio ordini superiore ai 30 miliardi di euro e una tradizione di circa 2.000 opere completate in oltre cento Paesi. Il passaggio a Webuild nel 2020 segnò la conclusione del Progetto Italia[8], processo di consolidamento che integrò nel gruppo anche Astaldi e altre rilevanti realtà del settore, inaugurando una fase in cui la vocazione storica alle grandi opere civili - dighe, impianti idroelettrici, linee ferroviarie ad alta velocità, metropolitane - venne riletta in chiave esplicitamente globale e orientata alla sostenibilità, facendo del nuovo marchio la sintesi di oltre un secolo di ingegneria applicata al servizio dello sviluppo dei territori.
Webuild si presenta oggi come uno dei pilastri più solidi dell’industria delle costruzioni italiana, frutto di una stratificazione storica che parte dall’inizio del secolo scorso, capace di competere su scala globale, con una presenza capillare in Europa, Nord America, Australia, Medio Oriente, Africa e America Latina.
Come costruttore edile in senso ampio, Webuild ha sviluppato nel tempo una significativa versatilità, cimentandosi con successo in quasi tutte le tipologie di grandi opere civili: linee ferroviarie ad alta capacità, metropolitane urbane, autostrade, grandi ponti e viadotti, gallerie ferroviarie e stradali, ospedali, complessi universitari, stadi e interventi di riqualificazione urbana. Si tratta di progetti che richiedono non solo capacità esecutiva, ma una raffinata competenza in materia di ingegneria strutturale, project management, gestione dei rischi geotecnici e ambientali, coordinamento di catene di fornitura complesse e dialogo strutturato con committenti pubblici e privati, spesso in ambienti regolatori esigenti e sotto l’occhio attento delle opinioni pubbliche. In questo contesto, la solidità di Webuild emerge dalla capacità di consegnare opere complesse in contesti differenti, mantenendo standard elevati di qualità, sicurezza e sostenibilità.
Se sul fronte edile l’azienda ha, nel tempo, portato a compimento grandi progetti, il tratto forse più identitario del gruppo riguarda la specializzazione nelle opere idro‑strategiche, ambito in cui Webuild eccelle ed è ampiamente riconosciuta come uno dei gruppi mondiali più affidabili. Nel corso della sua storia l’azienda ha realizzato oltre 300 dighe e impianti idroelettrici in più di 50 Paesi, contribuendo a generare una potenza installata complessiva superiore a 53.000 MW e garantendo al contempo invasi per l’approvvigionamento idrico, l’irrigazione e la laminazione delle piene. A questa esperienza si affiancano grandi sistemi di adduzione e distribuzione dell’acqua, canali irrigui, acquedotti metropolitani, impianti di trattamento delle acque reflue e progetti di desalinizzazione, spesso realizzati attraverso le controllate specialistiche del gruppo, che trasformano Webuild in un attore di primo piano nella sicurezza idrica di intere regioni. In tale ambito la solidità non è solo tecnica, ma anche reputazionale. Come detto, infatti, l’azienda viene oggi progressivamente identificata come costruttore affidabile di infrastrutture che sostengono la vita civile, agricola e industriale.
Dal punto di vista economico e occupazionale, la robustezza del gruppo è confermata da numeri di grande rilievo. I ricavi consolidati si attestano attorno ai 12 miliardi di euro annui, in crescita rispetto agli anni precedenti, con un portafoglio ordini superiore ai 60 miliardi che assicura visibilità pluriennale sull’attività e sugli investimenti. La cosiddetta galassia Webuild coinvolge circa 90.000-92.000 persone tra dipendenti diretti e forza lavoro di cantiere, a testimonianza di una massa critica che consente di presidiare in modo stabile mercati diversi e di affrontare simultaneamente più progetti mega‑infrastrutturali nel mondo. Inoltre, una quota molto elevata del portafoglio è legata a progetti coerenti con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, in particolare nei campi dell’acqua pulita, dell’energia rinnovabile e delle infrastrutture resilienti, il che rafforza la posizione di Webuild come costruttore solido non solo sul piano finanziario, ma anche sul piano della legittimazione sociale e ambientale.
Tra le attività più emblematiche di Webuild in ambito idro‑strategico spicca il rocambolesco e prestigioso salvataggio dei templi di Abu Simbel, in Egitto, un’impresa che ha coniugato ingegneria idraulica, capacità costruttiva e tutela di un patrimonio culturale oltremodo prezioso per tutta l’umanità. Quando la costruzione della diga di Assuan e la conseguente formazione del lago Nasser minacciarono di sommergere i templi di Ramses II, l’UNESCO promosse una colossale operazione internazionale per metterli in salvo. All’interno del consorzio incaricato dell’intervento, Impregilo - oggi parte di Webuild - ricevette il compito cruciale di smontare i templi in oltre 1.000 blocchi, costruire una collina artificiale e ricostruire integralmente il complesso 65 metri più in alto e 280 metri più all’interno, preservando l’orientamento astronomico originario e proteggendolo dall’innalzamento delle acque del Nilo. L’operazione, condotta tra il 1964 e il 1968, comportò anche la realizzazione di una diga di sbarramento provvisoria lunga 370 metri e alta 25 metri, oltre a un articolato sistema di drenaggio, pozzi e opere complementari, confermando la capacità del gruppo di operare in contesti idraulicamente estremi e, al tempo stesso, di preservare beni di valore universale.
Un altro capitolo fondamentale delle attività del gruppo in ambito idro-strategico è rappresentato dal raddoppio del Canale di Panama, dove l’allora Salini Impregilo nel 2016 ha guidato il consorzio internazionale Grupos Unidos por el Canal (GUPC) per la realizzazione del Third Set of Locks, il nuovo sistema di chiuse che ha permesso l’apertura di una terza via navigabile parallela a quella storica. Il progetto ha comportato la costruzione di due complessi di chiuse a triplo salto, uno sul versante Atlantico e uno su quello Pacifico, capaci di accogliere navi di lunghezza fino a 366 metri e con capacità fino a circa 12.600 TEU, triplicando di fatto la dimensione delle imbarcazioni rispetto alle chiuse originali e ridefinendo i flussi del commercio marittimo globale. Per realizzare l’opera sono stati movimentati decine di milioni di metri cubi di terra e roccia, impiegati circa 5 milioni di metri cubi di calcestruzzo e centinaia di migliaia di tonnellate di acciaio, integrando soluzioni idrauliche avanzate per il riuso dell’acqua nelle vasche laterali delle chiuse, così da ridurre i consumi idrici in un’area già esposta a stress sul fronte delle risorse.
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[1] Webuild è fortemente impegnata nelle infrastrutture idrauliche strategiche - dighe, impianti idroelettrici, sistemi idrici e di trattamento - ma mantiene al contempo una vocazione ampia nelle costruzioni, realizzando grandi opere civili e edili: linee ferroviarie, metropolitane, ponti, gallerie, ospedali e complessi urbani di rilevanza nazionale e internazionale. Per ulteriori dettagli in merito alle attività di Webuild, si consiglia di consultare direttamente il sito dell’azienda: https://www.webuildgroup.com/en/group/history/.
[2] Lo Stato, tramite MEF e Cassa Depositi e Prestiti, detiene complessivamente circa il 31,8% del capitale ENI, configurando una partecipazione di minoranza ma di fatto di controllo, che consente di influenzare in modo decisivo strategia e governance della compagnia.
[3] Le Seven Sisters erano sette grandi compagnie petrolifere anglo‑americane (tra cui Anglo‑Persian/BP, Royal Dutch Shell, Exxon, Mobil, Chevron, Gulf, Texaco) che, dal secondo dopoguerra ai primi anni Settanta, controllavano la gran parte delle riserve mondiali e coordinavano prezzi e produzione come un cartello oligopolistico. Thomas, S. (2018). Corporate performance of the Seven Brothers of the European energy market: Then there were five. Utilities Policy, 50, 164–174. https://doi.org/10.1016/j.jup.2018.01.002.
[4] La National Oil Corporation (NOC) è la compagnia petrolifera nazionale libica, creata nel 1970 come fulcro del controllo statale sull’intera filiera degli idrocarburi - dall’esplorazione alla produzione, dalla raffinazione al marketing interno ed export.
[5] Per “Super Giant” si intende una definizione tecnica riferita alla dimensione dei giacimenti di idrocarburi, usata in ambito industriale e geologico. Indica, in particolare per il gas naturale, un accumulo con risorse in posto superiori a circa 850 miliardi di metri cubi, dunque nella fascia più alta delle grandi scoperte su scala mondiale, e quindi con un peso strutturale non solo economico ma anche geopolitico.
[6] https://www.ecomondo.com/en/news-detail/italy-egypt-a-growing-partnership-economic-cooperation-and-investment-relations?newsId=2588888.
[7] Il giacimento di Darkhovin è un campo petrolifero situato nel sud‑ovest dell’Iran, vicino al confine con l’Iraq, di cui ENI ha curato lo sviluppo a partire da un accordo del 2001 con la National Iranian Oil Company per le prime due fasi del progetto. Il piano complessivo prevedeva investimenti per portare la capacità produttiva fino a circa 260.000 barili al giorno. Per ulteriori dettagli sulla vicenda, si rimanda a questo articolo del Teheran Times: https://www.tehrantimes.com/news/185407/Iran-Eni-close-to-deal-on-Darkhovin-3rd-phase.
[8] Progetto Italia è un’operazione di consolidamento del settore italiano delle costruzioni, promossa da Salini Impregilo per aggregare i principali operatori nazionali (in primis Astaldi) e creare un grande gruppo infrastrutturale competitivo su scala globale. https://www.webuildgroup.com/it/investitori/strategia/progetto-italia/.
[9] Le grandi opere idrauliche comportano inevitabili effetti collaterali: spostamento di comunità, sommersione di terre agricole e siti culturali, alterazione degli ecosistemi fluviali, rischio di conflitti per l’uso dell’acqua, impatti paesaggistici e costi economici ingenti di costruzione, manutenzione e mitigazione ambientale.


3. La rilevanza delle infrastrutture idro-strategiche nel moderno tessuto socioeconomico
Nel contesto contemporaneo dominato dalla crisi climatica e dall’urgenza di una transizione sostenibile, Webuild si profila come un attore potenzialmente destinato a esercitare un impatto persino più profondo di quello che ENI ebbe nel secolo scorso. Se infatti l’opera di ENI si fondava sulla disponibilità e sul controllo delle fonti fossili - petrolio e gas - che alimentarono la crescita industriale italiana ma contribuirono anche alle dinamiche di inquinamento e dipendenza energetica, Webuild si muove su un terreno di natura opposta e più vitale: quello dell’acqua. La realizzazione di infrastrutture idrauliche, dalla captazione alla distribuzione, dalla purificazione alla gestione delle risorse, mette l’azienda al centro di una sfida universale che riguarda non solo lo sviluppo economico, ma la sopravvivenza stessa dei sistemi biologici e sociali.
Per comprendere il fondamentale ruolo che Webuild potrebbe giocare in chiave idro-diplomatica ricalcando quanto fatto da ENI sul fronte energetico - con risultati forse persino maggiori - è opportuno analizzare il primigenio valore del cosiddetto “oro blu” in svariati ambiti. L’acqua, considerata nelle sue molteplici forme e letta attraverso la lente dell’Idro Strategia, è molto più di una semplice risorsa naturale. Questo imprescindibile materiale liquido costituisce l’architrave invisibile su cui si reggono la vitalità biologica, la solidità sociale e la capacità produttiva di Paesi, comunità e società. Ogni infrastruttura idrica, infatti, - che si tratti di una diga che addomestica il corso impetuoso di un fiume, di una centrale idroelettrica che trasforma il moto dell’acqua in energia, di una rete di pozzi che rende disponibili le falde profonde in ottica di approvvigionamento, di un ponte che sutura le rive e ricuce territori, di un sistema di canalizzazioni che disciplina i flussi irrigui, di un impianto di trattamento delle acque reflue che restituisce qualità ai cicli naturali, o di una centrale di desalinizzazione che rende potabile il mare - è dunque un atto sì di ingegneria, ma, al tempo stesso, è simbolo di un robusto sviluppo strategico. Non è mai solo “semplice” calcestruzzo, acciaio o tecnologia. È, al contrario, la manifestazione tangibile di una precisa scelta politica, economica e culturale: quella di attribuire all’acqua il rango di infrastruttura esistenziale del Paese o della comunità presso cui si provvede a realizzare l’opera idraulica.
Come più volte analizzato nei nostri precedenti report, realizzare un’infrastruttura idro-strategica significa intervenire sul cuore pulsante dei sistemi umani e naturali, plasmando non soltanto i paesaggi fisici ma anche le geografie del potere, della sicurezza e dello sviluppo. Nello specifico, una diga che costruisce un grande invaso non si limita ad accumulare metri cubi d’acqua: accumula tempo, perché rende prevedibili i cicli di disponibilità idrica, attenuando la violenza delle siccità e delle piene; accumula fiducia, perché offre a comunità e imprese la certezza che l’acqua ci sarà, quando servirà, per irrigare i campi, alimentare le reti idropotabili, sostenere i processi industriali. Una centrale idroelettrica che si innesta su quel medesimo invaso trasforma la gestione delle portate idriche in energia pulita, rafforzando l’autonomia energetica della nazione e conferendogli una capacità ulteriore di resistere alle fluttuazioni dei mercati delle fonti fossili e alle tensioni geopolitiche che ne derivano. Così, un’opera apparentemente confinata al settore idrico finisce per riverberare i propri effetti sulla sovranità energetica, sulla bilancia commerciale, sulla resilienza climatica, moltiplicando il valore generato molto oltre il perimetro del cantiere.
Il valore aggiunto di queste infrastrutture si manifesta in modo particolarmente evidente quando si considera il nesso tra acqua e crescita economica. Come analizzato in un nostro report di qualche tempo fa, l’acqua è prerequisito indispensabile di qualunque filiera produttiva: dall’agroalimentare più tradizionale alle manifatture avanzate, dalla produzione di energia alla trasformazione delle materie prime. Ad esempio, un sistema di canalizzazioni ben progettato non si limita a convogliare l’acqua da una fonte a un’area agricola; disegna la mappa della produttività di intere regioni, decide quali terreni diventeranno fertili, quali distretti potranno specializzarsi, quali comunità saranno in grado di emanciparsi dalla precarietà alimentare. Ancora, un impianto di trattamento delle acque reflue, nel momento in cui restituisce all’ambiente risorse idriche depurate e talvolta riutilizzabili, prolunga il ciclo economico dell’acqua e attenua la competizione tra usi agricoli, civili e industriali, trasformando un rifiuto in input produttivo e incidendo al tempo stesso sulla qualità degli ecosistemi e sulla salute pubblica.
Analogamente, i pozzi e le reti di approvvigionamento idrico urbano non sono meri dispositivi tecnici di captazione e distribuzione: rappresentano un patto implicito tra lo Stato e i cittadini. Garantire un flusso sicuro, continuo e di qualità alle abitazioni, agli ospedali, alle scuole e alle fabbriche equivale a sancire, nella pratica quotidiana, che il diritto all’acqua - e dunque alla vita dignitosa - è riconosciuto e tutelato. Quando quell’acqua è affidabile e accessibile, la popolazione può investire sul futuro: stabilire famiglie, avviare imprese, progettare infrastrutture sociali di lungo periodo. Quando invece l’accesso è incerto o iniquo, si produce un’erosione lenta ma inesorabile del capitale sociale, alimentando conflitti, migrazioni forzate, marginalità. In questo senso, la rete idrica è una infrastruttura di cittadinanza tanto quanto una costituzione o un sistema elettorale: ne incarna la promessa nel gesto quotidiano di aprire un rubinetto.
4. Il potenziale idro-strategico di Webuild sulle orme teleologiche di ENI
L’esperienza di ENI nel Novecento ha mostrato come un’impresa nazionale, dotata di una forte regia pubblica e di una visione di lungo periodo, possa trasformare una competenza industriale in strumento di politica estera, facendo degli idrocarburi il veicolo di un’espansione italiana capace di incidere profondamente sugli equilibri economici e geopolitici. Su un piano diverso ma concettualmente e teleologicamente analogo, Webuild dispone oggi dei presupposti per una proiezione strategica fondata non più sul petrolio e sul gas, bensì sull’acqua e sulle infrastrutture idro‑strategiche che ne rendono possibile l’uso sociale, agricolo, economico ed energetico. La comprovata competenza e affidabilità del gruppo nella gestione dei grandi bacini, nella costruzione di dighe e impianti idroelettrici, nella realizzazione di reti di adduzione, irrigazione e trattamento, offrono a Webuild la possibilità concreta di porsi come architetto della sovranità idrica di molti Paesi in via di sviluppo, replicando in chiave sostenibile quella funzione di “braccio operativo” dell’interesse nazionale che ENI assunse nel secolo degli idrocarburi.
Webuild possiede le caratteristiche per divenire una vera testa di ponte della presenza italiana in molte regioni del mondo, in particolare laddove l’acqua è al tempo stesso risorsa scarsa e fondamento di qualsiasi prospettiva di sviluppo. L’impresa - per competenze tecniche, capacità organizzativa e track record nelle grandi opere idriche - è in grado di fornire a interi Paesi il know‑how necessario per captare, imbrigliare, distribuire, purificare e potabilizzare l’acqua, incidendo così sul cuore stesso della sicurezza umana: dalla disponibilità per uso domestico alla produzione agricola, dalla generazione di energia rinnovabile alla tutela della salute pubblica. Un soggetto che governa queste tecnologie non è un semplice appaltatore, ma un partner strutturale, destinato a radicarsi in profondità nel tessuto sociale e istituzionale dei territori in cui opera, perché la gestione delle risorse idriche non è un servizio accessorio bensì una delle funzioni più strategiche e preziose di uno Stato, per molti versi persino più cruciale della gestione degli idrocarburi.
Il potenziale idraulico italiano incarnato dall’ex Salini Impregilo si potrebbe estrinsecare con rilevante efficace in due peculiari aree del mondo: l’Africa Subsahariana e l’America Latina.
In Africa Subsahariana questo potenziale trova un terreno particolarmente fertile. La combinazione fra un enorme fabbisogno infrastrutturale, una crescita demografica tumultuosa e l’abbondanza di grandi bacini fluviali - dal Nilo Azzurro all’Omo, dal Congo ai sistemi lacustri equatoriali - rende la regione un laboratorio decisivo per le infrastrutture dell’acqua. Webuild è già protagonista in Etiopia, dove progetti come la Grand Ethiopian Renaissance Dam sul Nilo Azzurro, con una capacità installata prevista di 5.150 MW e una produzione media annua di circa 15.700 GWh, e la diga di Koysha sul fiume Omo, destinata a raggiungere 2.160 MW, concorrono a fare della nazione amarica un potenziale hub energetico regionale e a trasformare l’acqua in leva di sviluppo industriale e di esportazione di energia verso i vicini. In tali contesti, l’Italia, attraverso Webuild, può proporsi come partner strutturale per la costruzione di sistemi idrici integrati che non solo producono elettricità pulita, ma regolano i flussi stagionali, sostengono l’agricoltura irrigua, riducono la vulnerabilità a siccità e alluvioni e innervano di nuove possibilità economiche le dorsali fluviali dell’Africa orientale e centrale.
In America Latina, il parallelo con la traiettoria di ENI si arricchisce di un ulteriore elemento: la presenza storica di comunità italiane e di una fitta trama di relazioni economiche e culturali, soprattutto in Brasile e Argentina. Qui il potenziale idroelettrico è tra i più elevati al mondo, grazie alla presenza di grandi fiumi - dal bacino amazzonico al Paraná, dal Madeira al Magdalena - che offrono un margine enorme per la produzione di energia rinnovabile. Webuild ha già scritto pagine significative di questa storia con opere come la diga binazionale di Yacyretá, sul Paraná, una delle più imponenti infrastrutture idroelettriche della regione, in grado di fornire circa il 60% dell’energia idroelettrica argentina e di contribuire in modo sostanziale all’equilibrio energetico del Paraguay. Analogamente, in Colombia il progetto idroelettrico di Sogamoso, con una potenza installata di 820 MW e una produzione annua di oltre 5.000 GWh, mostra come la valorizzazione dei bacini andini possa sostenere una crescita industriale meno dipendente dalle fonti fossili e più resiliente alle oscillazioni dei mercati internazionali dell’energia. In questo quadro, la capacità italiana di costruire e gestire grandi opere dell’acqua si innesta su un humus culturale favorevole e può divenire un canale privilegiato per rafforzare la presenza del Paese nell’intera macro‑regione latinoamericana.
L’Italia, intesa come Sistema-Paese, potrebbe trarre un beneficio notevole dall’espansione globale delle attività di Webuild nel campo delle infrastrutture idriche, trasformando ciascun cantiere in una piattaforma di relazione politica, economica e culturale di assoluto livello. La costruzione di dighe, acquedotti, sistemi di irrigazione, impianti di trattamento e desalinizzazione non si limita infatti a risolvere problemi tecnici, ma incide direttamente sulla qualità della vita delle popolazioni. In questo senso, garantire acqua potabile, continuità di fornitura, sicurezza alimentare ed energia pulita significa intervenire sul nucleo più sensibile delle aspettative e delle fragilità delle società contemporanee. Un Paese che, attraverso una propria impresa di punta, contribuisce a rendere disponibile il bene biologicamente ed economicamente più prezioso, tende ad essere percepito non come una potenza estrattiva, ma come un attore di sviluppo condiviso, un partner che “porta acqua” in senso letterale e simbolico.


In questo contesto, le opere realizzate da Webuild possono diventare il veicolo di una penetrazione profondamente positiva, perché legano il nome dell’azienda - e, per riflesso, quello dell’Italia - a esperienze concrete di miglioramento delle condizioni di vita. L’impresa che assicura l’accesso costante a risorse idriche pulite entra nella memoria collettiva dei territori: il ricordo di una città che finalmente dispone di acqua potabile, di una valle sottratta alle alluvioni, di campagne rese fertili da un nuovo sistema irriguo, sedimenta un capitale di gratitudine e fiducia che nessuna campagna di comunicazione potrebbe eguagliare. Su questo capitale simbolico si innestano poi dialoghi più ampi: accordi di cooperazione tecnica, programmi formativi per il personale locale, partnership universitarie, progetti congiunti in ambito sanitario o educativo che prendono le mosse dall’opera idraulica ma la superano, trasformandola nel perno di una relazione strutturale più profonda. In tal modo, l’Italia non esporta soltanto capacità ingegneristica, bensì un modello di presenza esterna fondato sulla cura di un bene comune universale; e proprio perché l’acqua è percepita come condizione stessa della vita, il legame creato attraverso la sua gestione tende ad essere più profondo, duraturo e denso di riconoscenza di quanto non sia mai stato quello costruito, nel secolo passato, intorno agli idrocarburi.
Conclusione
L’ambito di lavoro di Webuild, incentrato sulla gestione e valorizzazione dell’acqua, presenta un potenziale politico e simbolico oggi persino maggiore rispetto a quello di ENI, legato storicamente agli idrocarburi, sempre più percepiti come fattori di inquinamento e di emissione di CO₂. L’acqua è, per definizione, un bene vitale e rigenerativo: infrastrutture che ne garantiscono la disponibilità, la qualità e l’uso efficiente vengono spontaneamente associate a salute pubblica, sicurezza alimentare, resilienza climatica e sviluppo sostenibile. Al netto dei disagi e degli effetti collaterali delle grandi opere idrauliche[1], l’operato di Webuild si inscrive così in una narrazione positiva di transizione ecologica, cooperazione e tutela del bene comune, mentre i progetti legati a petrolio e gas richiedono oggi una continua giustificazione alla luce delle loro esternalità ambientali. È proprio in questa asimmetria percettiva che si colloca il vantaggio strategico di Webuild: poter esercitare una funzione analoga a quella che ENI ebbe nel Novecento, ma in un settore che le cancellerie nazionali e l’opinione pubblica globale riconoscono come costitutivo della soluzione, più che del problema.
Se ENI, nel secolo scorso, ha fatto degli idrocarburi il vettore di una “diplomazia energetica” che ha contribuito a ridefinire il ruolo internazionale dell’Italia, Webuild può ambire a interpretare una nuova stagione di diplomazia infrastrutturale centrata sull’acqua, bene primario e fattore strutturale tanto della vita biologica quanto della produzione economica. Le opere idrauliche, in Africa Subsahariana come in America Latina, non sono solo opere tecniche: sono dispositivi di potere e di cooperazione che determinano chi avrà accesso all’elettricità, all’acqua potabile, alla sicurezza alimentare e a quale costo. Facendo leva su questo patrimonio di competenze, e inserendolo in una strategia coerente con la politica estera e di cooperazione italiana, Webuild può aspirare a emulare la funzione che ENI ebbe nel Novecento, ma declinandola nel secolo del clima, della sostenibilità ambientale e, indirettamente, dell’acqua.


